Il Fronte del Cielo - Attacco alle Città - Padova
Durante la Prima Guerra Mondiale Padova ricopre un ruolo di primissimo
piano, snodo ferroviario, punto di raccolta dei feriti e di parte delle
truppe, poi, dopo la rotta di Caporetto, diventando la sede del Comando
Militare italiano e alleato. Poco
si fa inizialmente in tema di difesa e protezione civile
in caso di incursioni aeree nemiche.
Viene formata una squadra di tiratori volontari che si
appostano sugli edifici elevati dalle 21 alle 5, mentre
un gruppo di “ascoltatori”, fuori città, ha il compito
di segnalare l’arrivo degli aerei. Un’Ordinanza del
Prefetto, emanata il 26 maggio 1915, informa che l’allarme
verrà dato “col suono a martello della campana
della Torre Comunale. Altro avviso verrà dato col suono
di tromba dai Cittadini del Comitato di preparazione
civile organizzati per il servizio dell’ordine notturno”.
A fine novembre il sistema di allarme si precisa con
la sirena dell’Officina del gas che si trovava in via
Trieste e con lo scoppio di petardi.
Il primo bombardamento sulla città risale al 9 aprile 1916, quando un ordigno colpì via
Savonarola. Fino ad allora la città si sentiva al sicuro e quasi protetta
sia per la distanza dal fronte sia dalla devozione a S. Antonio dei coniugi
imperiali. In quell’occasione cadde una sola bomba: il primo edificio a
essere colpito, alle 11.45, fu il civico 31 di via Savonarola, nei pressi di
ponte Molino da un velivolo isolato che sorvolò la città alle 11.45.
Nella notte tra il 13 e 14 luglio 1916 - vengono
segnalate su Padova 153 bombe. Quella notte
muore il maggiore Alberto Lancillotti comandante
della difesa antiaerea mentre si reca al posto di comando
all’inizio di via Trieste; fu il primo bombardamento notturno, e provocò la morte di due persone. Iniziò così
il pellegrinaggio di intere famiglie che, verso sera, si incolonnavano sulle vie che conducevano fuori città portandosi dietro materassi e coperte, per farvi ritorno
al mattino. Ma è la tragedia del Bastione Codalunga, che provoca 93 morti l’11 novembre 1916, a rendere non più rinviabile la predisposizione
di rifugi in città e di alcuni caccia nell’aeroporto di Campo di Marte. Nella sera di quell'11 novembre, tra le 19.30 e le
19.50, quando cadono le prime bombe, molti abitanti della zona attigua piazza Mazzini, corrono a rifugiarsi nel Bastione Codalunga e, trovatolo allagato per
recenti piogge, si fermano all’ingresso che però viene colpito. Il clamore per questa strage fece sì che, per un anno, Padova fosse risparmiata dai bombardamenti, che ripresero però dopo Caporetto.
Finalmente ai primi di gennaio 1917 il Comune informa che saranno messi a disposizione del pubblico 21 posti rifugio utilizzando “camatte” nelle mura cinquecentesche,
sotterranei di edifici pubblici e privati. Inoltre “nelle sole ore di notte il pubblico potrà ricoverarsi nei posti di rifugio istituiti nei vari edifici scolastici
della Città, appena i rifugi stessi siano ultimati”. Alla fine della guerra i rifugi saranno 100.
Frequenti incursioni vengono effettuate ancora tra il dicembre 1917 e il febbraio 1918 quando, dopo la ritirata al Piave, Il Comando Supremo Italiano viene temporaneamente trasferito da Udine a Padova città,
in Corso Vittorio Emanuele. In quei giorni si trovano a Padova anche i Comandi Francese e Inglese in Italia (Palazzo Papafava, in via Marsala e Palazzo Giustinian Cavalli, in via San Pietro).
Da menzionare quello del 28 dicembre 1917, quando ci furono 17 vittime tra cui due ufficiali inglesi, e il successivo del5 gennaio, che provocò altre cinque vittime.
Fu anche a seguito di queste incursioni che il Comando Supremo abbandonò Padova per trasferirsi ad Abano. Sia il 4 che il 20 febbraio 1918 i morti furono, infine, sette. Tra le incursioni va ricordata,
in particolare, quella che causò lo spaventoso incendio al campo di aviazione, dove erano ammassati decine di velivoli giunti a Padova dopo Caporetto, e dove fu colpito un deposito di benzina.
La pericolosa opera di spegnimento, che vide impegnato anche l’asso dell’aviazione Francesco Baracca, valse una medaglia d’argento, una di bronzo e otto croci al merito di guerra a vigili del fuoco padovani.
La città viene bombardata dagli austriaci fino alla firma dell'Armistizio che avviene a Villa Giusti, a sud della città il 4 Novembre 1918. Complessivamente la città subì novantasette incursioni aeree senza
lancio di bombe e 19 bombardamenti. Fu accertato lo sgancio di almeno 912 bombe di differenti calibri (una, inesplosa, alta 2,75 m e del peso di 290 chilogrammi,
è conservata al Museo Civico del Risorgimento e dell’Età Contemporanea). I bombardamenti, pur con ridotte capacità distruttive in senso militare, furono di notevole impatto sulla popolazione civile e causarono
seri danni al patrimonio edilizio e monumentale della città che, fu superata solo da
Venezia: si calcolò che il loro ammontare superava i diciannove milioni di
lire (le valutazioni vennero effettuate, in maniera del tutto provvisoria,
subito dopo la fine del conflitto). Furono colpiti numerosi monumenti, oltre che molte abitazioni private: tra gli altri si ricordano il Duomo, la chiesa del Carmine, il teatro Verdi, il
palazzo comunale, la zona antistante la basilica di Sant’Antonio e la sede del Museo Civico in piazza del Santo. La città detiene, nel Veneto e per il periodo della Grande Guerra, il triste
primato in numero di sacrifici di vite umane: al termine della guerra, la città contò 129 morti sotto le bombe, 108 feriti e 211 edifici danneggiati (tra questi, la cupola del santuario del Carmine,
il fronte del Duomo, la scoletta del Santo).
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